Veronica, una donna resiliente

Martirologio lombardo, 1331-1340, Staatliche Museen zu Berlin
«Vi racconterò come sono andate le cose. Avevo fatto confezionare un panno e lo portavo fra le braccia, quando incontrai il profeta per la strada che stavo percorrendo: aveva le mani legate dietro la schiena con una cinghia di cuoio. I Giudei che incontrai mi pregarono in nome di Dio onnipotente di prestar loro il mio panno e di asciugare il viso al profeta. Subito io lo presi e gli asciugai accuratamente il volto perché il sudore era così abbondante che tutto il suo corpo ne era madido. Poi me ne andai mentre quelli lo portavano via a furia di colpi e di percosse: lo umiliavano in ogni modo, ma lui non si lamentava. Quando sono tornata a casa e ho guardato il mio panno, vi ho trovato impressa questa effigie, esattamente come la vedete ora.» Robert de Boron
Sono innumerevoli le raffigurazioni del velo della Veronica, la reliquia romana divenuta icona della Passione, e della Veronica che asciuga il volto di Gesù sulla via del Calvario, eppure non si è mai definitamente concluso il dibattito sull’esistenza della donna, di cui tacciono i vangeli e i testi antichi.
Nei primi testi che menzionano il suo nome, risalenti all’VIII secolo, la donna viene identificata con l’emorroissa citata nel vangelo di Luca. Si racconta che la donna, che aveva fatto dipingere un ritratto del Signore, venne condotta a Roma dopo la morte di Cristo per guarire l’imperatore Tiberio malato di lebbra. Fino al XII secolo questi racconti non collegano il ritratto della donna a una reliquia conservata a Roma e nessuna testimonianza di pellegrini racconta d’aver visto a Roma la tomba della Veronica o il suo velo.
Finalmente, nel XII secolo, troviamo le prime attestazioni di un culto a santa Veronica, sempre identificata con l’emorroissa, nei calendari di area ambrosiana. Nel 1215, il pellegrino inglese Gervasius di Tilbury, scrive del ritratto di Cristo conservato nella basilica di san Pietro. Afferma che la donna, l’emorroissa curata da Gesù, lo avrebbe commissionato a un pittore. Chiama la donna Varonica, l’Incurvata, perché sempre curva a causa della malattia; nel tempo il nome si corresse in Veronica e passò anche al sudario.
Nel 1216, in occasione della processione nella seconda domenica dopo l’Epifania, papa Innocenzo III inserisce il nome della donna nella preghiera indulgenziata legata al sudario. Attorno al 1220, il pellegrino inglese, Giraldi Cambrensis, definisce la veronica una delle reliquie più preziose. Racconta le diverse tradizioni circa la donna ma aggiunge che alcuni dicono che il nome della reliquia “veronica” derivi da vera icona, cioè vera immagine. Un’etimologia che ha trovato grandissima fortuna fino ai giorni nostri.
Con il moltiplicarsi delle copie del sudario hanno inizio le raffigurazioni di santa Veronica in atto di ostenderlo, la prima raffigurazione nota è in Lombardia. Nonostante l’endorsement di Innocenzo III, la reale esistenza della donna continua però a essere messa in dubbio. Anche le raffigurazioni della donna, dai tratti anonimi e convenzionali, documentano la mancanza di fonti storiche e letterarie sulla sua figura. Un vuoto che la fantasia medievale colma attribuendo alla Veronica diverse identità, tra cui Marta sorella di Lazzaro, Marcella, l’ancella di Marta, la moglie di Zaccheo o la vedova di re Abgar, quest’ultimo filone della tradizione identificherebbe il velo della Veronica con il Mandylion orientale, le due più famose acheropite di Cristo.
Quando il mio Signore andava predicando, io soffrivo molto per la sua assenza. Egli allora volle farmi una sua immagine dipinta, perché, quando era assente, avessi almeno la consolazione della sua immagine. Mentre portavo il panno al pittore perché lo dipingesse, il Signore mi venne incontro e mi chiese dove stavo andando. Quando gli risposi mi chiese di dargli un panno: me lo rese subito adorno, dell’immagine del suo volto. Legenda Aurea
A metà del XIII secolo, l’origine del ritratto diviene prodigiosa ma sempre estranea al contesto della Passione. Solo a partire dal XIV secolo, si attestano i primi tentativi di trasferire il racconto dell’impressione del velo ai giorni della Passione. La scena di Veronica che asciuga il volto sanguinante di Gesù, ottenendone in premio l’impronta sul velo, è il risultato di una soluzione di continuità nello sviluppo della leggenda della Veronica sulla cui genesi i critici ancora non concordano. Nel 1335 troviamo la prima citazione del sudario della Veronica a Gerusalemme, e, dal XV secolo, la casa della Veronica lungo la via Dolorosa, sulla cui soglia avvenne l’incontro con Cristo, viene descritta nei resoconti dei pellegrini.
Il nuovo racconto diviene presto predominante fino a mutare l’aspetto della reliquia romana nelle sue rappresentazioni: dalla fine del XV secolo, il volto di Cristo sul sudario assume i tratti del Christus Patiens, sia nelle raffigurazioni del sudario nel contesto narrativo della Passione sia nelle copie della reliquia romana. L’inserimento della reliquia nella panoplia di Cristo e nelle sacre rappresentazioni della Passione incrementerà la fortuna di santa Veronica anche nei secoli della Riforma che resero tutti più critici verso le reliquie e leggende medievali.
Nonostante l’incertezza circa l’esistenza storica della donna, neppure la revisione del Martirologio, che nel 1582, espunse santa Veronica dal calendario, riuscirà a chiudere negativamente la questione. Nel 1640 papa Urbano VIII vorrà la colossale Veronica di Francesco Mochi, nella nicchia del principale pilone della nuova basilica di San Pietro. L’impetuosa donna, che sembra invadere l’immensa crociera sotto la cupola michelangiolesca, viene definita semplicemente gerosolimitana e la sua storia, dall’incontro sulla via del Calvario all’arrivo a Roma col sudario, è raccontata negli affreschi nella cripta sotto la nicchia. Così, se Jean Mabillon scrisse: «Il vocabolo “veronica” è dell’immagine, non di una donna», nel 1731 papa Clemente XII, inserendo la donna nella devozione della Via Crucis, le aprirà le porte di ogni chiesa cattolica. Così se i pellegrini medievali, come raccontano Dante, Chaucer e Petrarca, erano mossi dal desiderio di vedere la reliquia del vero ritratto di Cristo a Roma, per noi oggi è sicuramente più noto il gesto pietoso della Veronica sulla via del Calvario.
