Considerando le masse di pellegrini che giungevano a Roma per vedere la reliquia e le innumerevoli copie esistenti, può sembrare sorprendente che della Veronica medievale sappiamo solo le misure che ricaviamo da una cornice di cristallo donata da tre veneziani per il Giubileo del 1350. La difficoltà nel definire un “identikit” della Veronica romana, essendo illeggibile l’originale, nasce dalle grandi differenze tra le copie pervenuteci della reliquia. Differenze che hanno fatto sorgere l’ipotesi che la reliquia originale sia stata sostituita o perduta.

Le diverse varianti della reliquia sono ben rappresentate in Lombardia nel corso dei quasi tre secoli abbracciati dalla mostra VeLo, La Veronica e la Lombardia.

Volto luminoso – Le copie più antiche presentano il volto di Cristo sereno come lo descrive l’inno Salve Sancta Facies che veniva recitato contemplando la reliquia per ottenere l’indulgenza. Secondo la tradizione più antica, il Salve Sancta facies non accenna alla Passione e alla sofferenza di Gesù, afferma che il che panno è stato donato alla Veronica in segno di amore, e descrive il volto trasfigurato e luminoso. Tra le veroniche in mostra è la variante dominante.

Volto nero – Una seconda variante presenta il volto di Cristo scurissimo, nero o bluastro. Si ritiene che questa variante possa derivare dalle icone bizantine. Che il volto scuro fosse comunque inaspettato lo dimostra anche la lettera che scrisse nel 1249 il futuro papa Urbano IV alla sorella, badessa di Monteruil-en Thiérache. La badessa aveva richiesto una copia della Veronica per il convento, e il cardinale le inviò un’icona del Mandylion, nella lettera giustificò il colorito bruno della carnagione con la vita all’aperto condotta dal Signore in Palestina. Tra le veroniche in mostra troviamo più esempi di questa variante che è anche la soluzione più diffusa nelle insegne di pellegrinaggio. Normalmente la variante non presenta segni di sofferenza o corona di spine, in Lombardia è un’eccezione il volto scuro e coronato di spine di San Felice al Benaco.


Non siamo noi i primi a notare la stranezza d’immagini tanto diverse. Nel 1289, Gertrude di Helfta spiega la coesistenza degli enigmatici colori scuri con la luminosa chiarezza spiegando che, come in Cristo ci sono la passione e la risurrezione, così la Veronica è al contempo scura e luminosa. Un secolo più tardi, anche la mistica inglese Giuliana di Norwich cita la mutevolezza come caratteristica della reliquia di San Pietro: “Il volto impresso sul velo della Veronica, che si trova a Roma, muta di colore e di aspetto, apparendo talvolta vivido e consolante, talaltra più afflitto e come morto, secondo che tutti possono vedere. Figura e immagine della nostra morte brutta e nera che il nostro benedetto Signore, bello e splendente, soffrì per i nostri peccati.”

Volto sofferente – Nel corso del Quattrocento, si diffonde la nuova versione del racconto che pone l’impressione del Velo sulla Via del Calvario con il volto di Cristo insanguinato, sofferente e coronato di spine. Il nuovo racconto ha origine nella predicazione di san Bernardo e san Francesco e alla loro devozione e compassione profonda per Gesù sofferente. Secondo il nuovo sentire, il ritratto su lino non è il dono di Cristo alla donna che desiderava contemplarlo, ma è la ricompensa del Redentore al gesto compassionevole di chi lo ha amato fino a mettere a repentaglio la propria vita. Notiamo però che la tradizione del volto sereno non verrà mai meno.

Velo trasparente – Nel Quattrocento il pesante telo/asciugamano della tradizione bizantina si trasforma in un impalpabile fazzoletto/velo da donna. Non sappiamo se il velo trasparente derivi dalla moda o dall’osservazione della reliquia. Di fatto Martin Lutero, che vide la Veronica a Roma nel 1510, la descrive come un piccolo velo trasparente che pende su di una tavoletta nera quadrata. I veli in mostra “più leggeri” sono quelli di Provaglio d’Iseo, San Felice al Benaco e Cislago, ma ci sono due dipinti cinquecenteschi, uno appartiene a una collezione privata il secondo è custodito all’estero, che sembrano raccontare la reliquia come la vide Lutero.

Bocca aperta, denti visibili – Le meditazioni dei mistici sottolineano i patimenti subiti dal Signore che divengono le armi gloriose con le quali Cristo ci ha meritato la salvezza, e nel volto di Cristo impresso sul lino vengono aggiunti nuovi segni. Poiché santa Brigida scrive che quando Malco, il servo di Caifa, schiaffeggiò il Signore “gli scosse i denti”, gli artisti rappresentarono la bocca del Signore aperta coi denti visibili. In Lombardia questa caratteristica è però tardiva e trova scarsa fortuna.

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