La Veronica sulle rive del lago

Un pellegrinaggio sui-generis – Di Massimo Piciotti

Quando Francesco Petrarca si era fatto pellegrino a Roma in occasione del secondo grande Giubileo indetto da Clemente VI nell’Anno del Signore 1350, non aveva avuto alcun dubbio. Di quello straordinario evento – “la più mirabil cosa che mai si vedesse” secondo il cronista fiorentino Giovanni Villani, testimone oculare del primo Giubileo, quello proclamato da Bonifacio VIII cinquanta anni prima in occasione del “cambio di secolo” del 1300 – il momento più solenne, più impressionante, più partecipato e più toccante cui il poeta aveva assistito era stata indiscutibilmente l’ostensione della sacra reliquia del “Volto Santo”. Scrive infatti il Petrarca descrivendo il viaggio di un vecchio pellegrino: “…et viene a Roma, seguendo ’l desio, per mirar la sembianza di colui ch’ancor lassù nel ciel vedere spera”. Ma anche il sommo Dante manifesta la stessa venerazione per quel prodigioso “panno” nella sua Vita Nova: “In quel tempo che molta gente va per vedere quella imagine benedetta la quale Gesù Cristo lasciò a noi per esempio della sua bellissima figura”. Due autorevolissimi personaggi ci sono dunque testimoni: per secoli, il “velo” con cui, secondo la tradizione, una pia donna avrebbe asciugato il volto di Cristo durante la Sua salita al Calvario e sul quale se ne sarebbe impressa l’immagine, è stato senza pari la reliquia più sacra dell’intera cristianità, quella più conosciuta e quella più venerata. Un “panno” custodito in San Pietro a Roma e che la gente aveva cominciato familiarmente a chiamare “veronica”. Come Santa Veronica era piano piano divenuta anche la “pia donna” che lo aveva utilizzato e raccolto, identificata da parte della tradizione con l’Emorroissa di cui Vangelo non riporta il nome. Venerdì 2 giugno, come gli antichi pellegrini, come Dante e Petrarca nell’anno del Giubileo, un gruppo di una trentina di amici di Abbiategrasso e Pavia si è messo sulle tracce della “velo”. Non a Roma, in questo caso, ma a Provaglio d’Iseo, presso il Monastero di San Pietro in Lamosa, dove due antiche raffigurazioni della “veronica romana” emanano lo stesso, intatto fascino dell’originale.

La Veronica e la Lombardia

“VeLo – La Veronica e la Lombardia” è una mostra diffusa ideata e realizzata dall’Associazione “Il Volto Ritrovato” in occasione del Giubileo del 2025. Le riproduzioni della “veronica romana” nella decorazione degli edifici sacri, specie nelle chiese costruite fra l’XI ed il XVI secolo, sono estremamente diffuse in tutta Europa, tanto che, nella loro ricerca, i “cacciatori di veroniche” dell’Associazione ne hanno individuate e catalogate più di seimila, dalla Danimarca alla Grecia passando naturalmente per l’Italia. E in questa “geografia” di arte e fede la Lombardia gioca ruolo da protagonista, vantandone numerosi ed antichissimi esempi grazie alla radicata e diffusa devozione per il “velo” della chiesa ambrosiana. La mostra, patrocinata dalla Regione, da diversi comuni e da altri importanti enti come l’Università Cattolica e la Fondazione Cariplo, si concentra proprio sulla Lombardia, indicando ai moderni pellegrini ventuno cammini, facili ed accessibili, alla scoperta di altrettante “veroniche” sparse in tutte le sue province. Ed Il Monastero di San Pietro in Lamosa, a Provaglio d’Iseo, in piena Franciacorta bresciana, è uno di questi cammini. Il monastero deve il suo nome dalle cosiddette “Lame”, una distesa di canali e vasche d’acqua che formano l’area paludosa delle Torbiere del Sebino, un tempo “miniere” di quel combustibile naturale che è la torba ed oggi riserva naturale di rilevanza internazionale, punto nodale per la conservazione di numerose specie vegetali ed animali. Poco dopo l’anno mille una prima chiesetta privata in onore dell’Apostolo Pietro era stata eretta dalla famiglia feudale dei Ticengo che, nell’Anno del Signore 1083, l’aveva poi donata ai monaci cluniacensi, giunti sul luogo verosimilmente per costituire una filiazione della casa madre francese. Il monastero aveva poi conosciuto qualche secolo di splendore ed espansione, con la costruzione di diverse strutture, fra cui un locale adiacente alla chiesa chiamato “disciplina” perché costruito come propria sede della omonima confraternita dei “disciplini” intorno alla metà del ‘400. Il locale, accessibile dal sagrato e che comunica con la chiesa attraverso una stretta scala, vede le sue pareti interne interamente decorate e vanta, nel ciclo di affreschi, ben due raffigurazioni della “veronica” che si possono ammirare molto da vicino. Le Torbiere del Sebino sono segnate da un percorso circolare che corre lungo il perimetro della riserva, partendo ed arrivando proprio nei pressi del monastero. Ed è proprio qui che il gruppo pavese-abbiatense, guidato da Chiara, abbiatense e volontaria dell’Associazione, è partito per il suo pellegrinaggio sui-generis: non su una polverosa strade medievale, ma lungo un sentiero che si snoda fra canneti, piante di ogni tipo – che non hanno mancato di mettere in difficoltà i più allergici – passerelle sull’acqua e postazioni di avvistamento che sono fra le preferite dai birdwatchers più scafati.

Un mistero ma anche un volto concreto

La storia della “veronica romana” è tanto affascinante quanto misteriosa. Del velo si hanno notizie fin dal IV secolo, sebbene di come esso sia arrivato nell’Urbe e se sia effettivamente “quel” sudario non ci sono certezze documentabili. Altrettanto incredibile è come sia passato dall’essere la reliquia più venerata della cristianità ad una sorta di oblio. Dalla capitale sembra sia scomparso dopo il “sacco di Roma” del 1527 perpetrato dai lanzichenecchi tedeschi al soldo dell’imperatore Carlo V d’Asburgo. C’è chi sostiene che il velo ancora custodito a Roma e tuttora esposto, sebbene con molto meno clamore di un tempo, nella penultima domenica di Quaresima non sia l’originale che, forse, è andato perduto durante il saccheggio. Peraltro di quel velo, che sembra ormai consumato dal tempo tanto da non recare quasi nessuna immagine visibile, non ci sono quasi immagini, né si è mai fatto alcun rilievo per accertarne datazione ed origine. Diversi studiosi ritengono che il velo sia stato nascosto per sottrarlo al sacrilegio e portato in qualche luogo sicuro. Forse, sostengono alcuni, a Manoppello, in Abruzzo, dove effettivamente un misterioso “velo” venne portato da un anonimo pellegrino intorno all’anno 1500. Oggi è custodito nella Basilica del Volto Santo che, soprattutto dopo la visita di Benedetto XVI nel 2006, è diventata meta di frequentati pellegrinaggi. Ma al di là della storia e della simbologia, al di là della tradizione e del fascino, resta, ancora oggi, una domanda: che cosa spingeva quelle moltitudini di pellegrini ad affrontare il difficile e pericoloso viaggio per vedere, magari da lontano ed in mezzo alla folla, quel “Volto Santo”? Forse la risposta l’ha data proprio Chiara durante l’immancabile pranzo del pellegrino – che si è consumato per la cronaca in un bell’agriturismo della Franciacorta – raccontando cosa è stato per lei l’imbattersi in quella immagine. “Il desiderio di «guardare e lasciarsi guardare da Cristo» che caratterizzava i pellegrini dei Giubilei medievali è lo stesso desiderio che arde nel nostro cuore. «Il tuo volto, Signore, io cerco». Nell’uomo medioevale vi era la certezza che in Cristo si rispecchia la verità del proprio volto personale. La percezione della potenza dello sguardo che fu ripresa nel medioevo era già nota agli antichi. Ad esempio, Ulisse guardato da Minerva cresce d’altezza. E possiamo intuire cosa significhi perché credo che a tutti sia capitato di percepire un incremento d’essere sotto lo sguardo di chi ci ama. La Veronica caratterizzata dallo sguardo frontale di Cristo era l’immagine più adeguata a realizzare questo legame visivo e affettivo tra Cristo e l’uomo. Ecco perché mi sono appassionata alla Veronica: attraverso di essa, attraverso la conoscenza della sua storia mi sono scoperta a volere più bene a Cristo, a quel volto cui stavo di fronte faccia a faccia”.

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